CENNI STORICI

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MONTEFALCONE APPENNINO

La nascita della comunità di Montefalcone è indissolubilmente legata al vicino e potente convento benedettino di Santa Vittoria, arroccato sul monte Matenano.


L'abate farfense Ugo ci riferisce di un "riacquisto" della corte di Montefalcone da parte dell'abate Radfredo (924-936), che ancora un secolo dopo, recava grande utilità all'abbazia, ciò conferma la grande importanza che i monaci avevano annesso a questi fertili territori distesi fra le valli del Tenna e dell'Aso. Ma è solo nel 1214 che la curtes Montis Falconi, diviene libero comune. L’importanza politica ed economica del comune non era sfuggita alla curia fermana, imparentata con le potenti famiglie gentilizie della zona, che mal sopportava l’influenza farfense

Dell’egemonia di Fermo ne è tangibile testimonianza la Rocca posta sull’altura del colle Falcone nella sua doppia funzione di avvistamento e di protezione del contado.
L’antico legame con i monaci farfensi, non si era mai interrotto nei secoli tanto che Montefalcone era compreso nel Presidiato farfense sin dalla sua costituzione (1277–’80).

Sul finire del XVIII sec. l’arrivo dei francesi coinvolse il Comune nei moti degli Insorgenti contro le truppe giacobine.
Con la restaurazione degli antichi Stati (1815) viene mantenuta inalterata la ripartizione amministrativa in Dipartimenti e durante gli anni 1834 – ’36 viene aperta la galleria che collega il paese con Comunanza.

Il quadro economico del territorio allo scadere del XIX secolo (1888) risultava caratterizzato da un’ampio settore boschivo (80 h) con querce, cerri, castagni, faggi, aceri e carpini mentre il resto era indirizzato a pascolo o messo a coltura con rotazione biennale. Estesa anche la coltivazione delle viti e, in minor quantità, degli ulivi. L’allevamento risultava prevalentemente composto da ovini e suini a cui venivano aggiunti animali da cortile mentre la riproduzione dei bovini, dapprima limitata agli animali da lavoro, andava progressivamente diffondendosi. Sviluppata era la bachicoltura, presente nelle Marche meridionali fin dalla seconda metà del ‘700, tanto da prevedere un’apposito spazio (bigattiera) nella costruzione delle case coloniche.

La prima metà del Novecento, con la parentesi delle due Guerre Mondiali, rappresenta un periodo di rallentamento nel lento sviluppo economico e sociale del Piceno.
Durante il periodo bellico e particolarmente fra l’ottobre del ’43 ed il giugno del ’44, il territorio compreso fra il Tronto ed il Chienti, costituente l’87° Settore Adriatico, fu teatro di isolate vicende partigiane. La zona compresa fra S Vittoria e Ponte Maglio ma più in generale quella a cavallo fra le valli del Tenna e dell’Aso costituiva non solo un punto di raccolta ideale per ex prigionieri da convogliare verso le linee Alleate ma anche di azione per il rastrellamento di materiale bellico da poter impiegare nelle scaramucce fra gruppi di partigiani e drappelli tedeschi o guardie repubblichine operanti nella zona montana. (Balena)

Alla ripresa della vita civile il Piceno registra differenti velocità di crescita economica rispetto al resto della Regione, che Anselmi imputa “… nella pervicace difesa della ruralità, che pur resta la condizione principe dei marchigiani sino al 1951”.
Nonostante ciò il progressivo depauperamento della forza lavoro in agricoltura ed il conseguente incremento del settore industriale e terziario modificano la facies di questi territori: in effetti parte della forza lavoro pur indirizzandosi verso forme di iniziative piccolo-imprenditoriali se non addirittura industriali (Merloni), insiste sul fondo mantenendo così lo stretto legame tra lavoro agricolo e attività industriale, caratteristico aspetto del modello di sviluppo economico marchigiano.

Infine il turismo e le numerose attività collegate (agriturismi, prodotti tipici) rappresentano, attraverso la valorizzazione di energie autoctone, la scelta congeniale per questi territori come lo provano i numerosi impianti produttivi sparsi lungo la fascia pede-montana.